Mio padre, Giuseppe Bonaviri

“Questa storia comincia da Mineo, il mio paese, che si trova in Sicilia. Secondo la leggenda fu fondato da Ducezio, re dei siculi. Mineo è il luogo dei confusi primordi, degli umori declinati lungo la corda della miseria e della fatica del vivere ma soprattutto spazio di invenzione. Dal microcosmo di Mineo ho assorbito alcuni miti che sono stati determinanti per la struttura dei miei romanzi. Ai miei occhi di ragazzo infatti appariva popolato di deità naturali come il vento ed il sole, la pioggia. Il vento soprattutto che non ha mai solo una voce perché il suo odore, il suo lamento o fruscio, il suo gran piangere notturno nell’inverno cambiano da stagione a stagione e da giorno a giorno”.
Ero piccola e fuori pioveva; mio padre mi raccontava, e ancora mi pare di udirlo, che a Mineo paese povero nel Convento dei Cappuccini, dove ogni ora i frati bussano alle porte dei loro confratelli dicendo-ricordati che devi morire!- c’erano seimila volumi tutti ordinati con amore dai monaci. Mineo, paesino dominato dagli spazi astrali dove la cultura non era quella degli uomini illustri o letterati o studiosi del pensiero umano ma degli artigiani e dei contadini, Mineo con la sua pietra della poesia, con i suoi carrettieri, con le sue leggende, con il fico d’india emblema spinoso della Sicilia, fiera ed ombrosa. Rimanevo affascinata e sgomenta : quel monticello a sinistra nella strada che sale a Mineo dove ogni anno-diretti in vacanza da mia nonna, donna Papè – ci si fermava ad omaggiare nascondeva inestimabili tesori. Nei secoli nessuno era riuscito ad impossessarsene! Narra la storia che il cucuzzolo di quella piccola altura si sarebbe aperto solo se un uomo da Mineo lo avesse raggiunto a piedi portando in bocca dell’olio che doveva sputare al suo arrivo lì. No proprio nessuno era riuscito in quella impresa! Chissà forse avrei potuto farcela io -mi dicevo ogni volta- ben sapendo che i segreti celati nel profondo non si possono profanare come nessun moto dell’animo.
Quella terra maestra, terra di dolori e di infiniti ricordi, odorosa e morbida come solo una madre terra può essere, dove artemisia nasce e ortica bianca a ciuffi. Mi raccontava mio padre, con una cadenza cantilenata e vibrante, che nelle botteghe dei falegnami, dei calzolai, dei sarti ci si raccoglieva nelle ore calde ad ascoltare storie di “nonni” che camminavano su muri ed entravano dalle fessura della porte: “non si fanno vedere mai ed amano cambiare i bambini belli con quelli brutti ed ammazzano le persone che dormono….”. Ed io, atterrita, rimanevo ammutolita al fascino di quelle fiabe- che forse reali erano- e, subito dopo, ruzzolando sulla schiena di mio padre ridevo e volavo con lui su quei “cavalli verdi che trasportavano bambini poveri in castelli ricolmi di pane e companatico” .
Un legame immenso, ineludibile, ancestrale mi lega a lui e la sua storia è la mia. Tessendo fili di memoria lo incontro: mio padre quell’uomo che parlava della ore bianche e nere, quell’uomo che con la sua magia struggevole reinterprò l’universo.
Giuseppina Bonaviri
Marzo 2010
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