Non solo Pride

Si fa tanto parlare di Pride, oggi dalle nostre parti, come di cosa strana o dovuta,trasgressiva come di faccenda che aggrega o rompe tra sterili polemiche, come una teca dove – immortalandosi a turno – si può fare bella vista di se, dove potere consegnare all’altro cosiddetto “diverso” un momento di congelata emancipazione o viceversa di insulto, dove persino la scelta su un tragitto e su una via da percorrere diventa inconsapevolmente devastante e profanatoria. Si dimentica, così, che la differenza la si fa quando si sceglie di accettare civilmente l’altro, quando con naturalezza una comunità decide di accogliere senza il bisogno di mobilizzarsi a giustiziere o promotore o semplicemente a patrocinatore ma semplicemente dal vivere. E la vita, sotto tutte le sue forme, è vita e non richiede mai una giustificazione ne tanto meno una autentificazione burocratica da parte di chi si auto elegge ad arbitro dei diritti dell’altro.

Ci fu un tempo e un luogo, molto lontani da noi, dove vivevano i nativi. Prima che i conquistatori europei assumessero il controllo del Nord America i nativi erano un modello di “gender fluid” meglio dire privi di quella rigida ripartizione di genere importata dall’occidente. Tutti i membri erano considerati normali dalla loro tribù e non erano tenuti a rispettare regole fisse per sentirsi donne o maschi. Anzi, chi mostrava contemporaneamente le due caratteristiche era considerato fortunato perché aveva ricevuto un dono dalla natura essendo in grado di vedere entrambi i lati della vita sotto le diverse prospettive maschio/femmina. Era venerato e considerato fortunato in quanto, allo tesso tempo, capace di percepire il mondo attraverso gli occhi di entrambi i sessi. In queste comunità si conoscevano ben 5 identità di genere: femmina, maschio, due spirito femminile, due spirito maschile e i transgender.

I two spirit (due spirito) erano intesi come mezzo maschio/mezza donna. Con l’arrivo degli europei la tradizione dei due spirito venne fatta sopire e nascosta; infatti i monaci cattolici spagnoli distrussero i codici aztechi proprio per sradicare la credenza dei nativi americani. Da quel momento, gli stessi nativi furono costretti ad agire e a vestirsi secondo i ruoli di genere imposti dagli occidentali. Il più celebre due spiriti della storia fu un guerriero Lakota chiamato Osh-Tisch che nacque maschio e sposò una donna ma indossò sempre abiti femminili e visse la sua quotidianità da donna. Correva l’anno 1876 quando le persone valevano per il contributo che imprimevano alla loro società e non per la mascolinità o femminilità che rappresentavano.

Non può passare l’idea – oggi a Frosinone più che mai tutta strumentale – che amare è un obbligo di genere. Amare è un atto naturale che avviene senza giudizio, in assenza di stigma sociale, senza emarginazione. E se amare non ha un colorito riconosciuto in un organo sessuale ciò può pensarsi un privilegio più che una colpa. Amare significa accettarsi senza obbligo di plasmarsi dentro l’ovvietà; chi ama non può sentirsi costretto a vivere il suo amore in clandestinità, confinato. Non va normalizzato colui che ama va normalizzato il codice etico di chi governa. Creare le condizioni per il cambiamento non significa preconfezionare una icona quando ancora sono tante le questioni irrisolte della nostra società: bifobia, transfobia, misogenia, paura dello straniero sono solo alcune di queste. La natura è sempre madre benevola; è l’uomo che con le sue credenze religiose e culturali la rese matrigna.

Nonostante tutto noi scegliamo di essere affamati e folli volendo continuare a credere che un cambio di visione sull’eguaglianza, il dialogo, il confronto contro pregiudizi e stigma (pensiamo al “No Outsiders” che in Italia non entra ancora nelle scuole) rimangano la nostra forte certezza.

Giuseppina Bonaviri
– dedicato a Fausta –

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